Beniamino Gigli - documenti

«Abbiamo il tenore»:

Beniamino Gigli

 

di Giorgio Gualerzi

 Tratto da: La Rivista Illustrata del Museo Teatrale alla Scala - numero 6, Anno III, primavera del 1990.


Giorno certamente prediletto da Euterpe e fortunato per gli ap­passionati del canto, il 20 marzo 1890. Nasce a Recanati, cittadina marchigia­na già consegnata alla storia, Beniami­no Gigli; contemporaneamente, a 1500 chilometri in linea d'aria, viene alla luce, in quel di Copenaghen, Lauritz Melchior. Come dire forse il più grande «tenore», genericamente buono per tutti i meridiani e i paralleli della storia del melodramma, certo il più popolare, per durata ed estensione geografica, di questo secolo - accosta­to a un altro tenore che in un reperto­rio specifico, quello wagneriano, ha raggiunto sicuramente vertici altret­tanto supremi.

 

Teniamo poi presenti tre altri riferi­menti cronologici: il 2 gennaio 1990 cadeva il centenario della morte pre­matura (a soli 46 anni) del più grande tenore spagnolo, il navarrese Julián Gayarre; ancora il corrente anno (9 gennaio e 9 agosto rispettivamente) registra sia il centenario della nascita di un terzo tenore - il torinese Ales­sandro Valente (un esempio di «buco nero» del teatro lirico, che tuttavia sessant'anni or sono fece in tempo a incidere l'intera parte di Canio per la Gramophone Company/HMV) -, sia il cinquantenario della morte di un quarto tenore, Alessandro Bonci, che attende una più ampia e obiettiva storicizzazione alla luce di ciò che, non da oggi, sta accadendo nel teatro lirico.

 

Bonci, ovvero il re dei tenori di grazia di estrazione ottocentesca, che il caso vuole ritroviamo sul cammino del giovane Gigli quando nel luglio 1914 egli si presenta al concorso McCormick di Parma e lo vince otte­nendo l'imprimatur della giuria con un giudizio passato alla storia: «Abbiamo finalmente il tenore», dove l'accento va messo sia sul «finalmente», quasi a indicare un'attesa abbastanza lunga, sia, ciò che più importa, sull'articolo «il», che vuole significare una valuta­zione di genere assoluto.

 

In altre parole fin dall'esordio Gigli appare un predestinato alla gloria, poi­ché l'impressione della giuria, della quale Bonci fa parte, è che ci si trovi dinanzi a un tenore eccezionale, come del resto i fatti s'incaricheranno pun­tualmente di dimostrare. Ecco perché, al di là delle coincidenze anagrafiche che rendono il 1990 un anno partico­larmente significativo nella storia del teatro lirico, basta Gigli da solo a dare lustro all'intera categoria dei cantanti, talmente l'ha onorata durante quarant'anni ininterrotti di straordinaria car­riera di qua e di là dell'Atlantico.

 

Era cominciata nell'ottobre 1914, bene ma senza particolari squilli di tromba, anzi con qualche perplessità dello stesso Gigli, che ammette di ave­re avuto difficoltà a toccare il si bem. tradizionalmente conclusivo di «Cielo e mar»: proprio lui che, venticinque anni dopo, arriverà a emettere un per­fetto do acuto nella verdiana «pira».

 

Naturalmente non sta negli acuti il fascino irresistibile della voce di Gigli, ma piuttosto nell'omogenea voluttuo­sa smaltatura della gamma; il giovane tenore la sa accortamente manovrare grazie al dominio della tecnica, che via via padroneggerà con sempre maggio­re autorità fino a permettersi di fare della voce ciò che più gli aggrada. Se poi la voce di Gigli, o meglio l'ammi­nistrazione di questo straordinario do­no naturale, e il suo temperamento, entrano in sintonia con il clima possi­bilmente elegiaco, patetico, affettuo­so, della musica eseguita, allora Gigli riesce a essere anche un interprete persuasivo, nel quale tecnica stile e gusto coincidono perfettamente. Ne vengono fuori personaggi - Cavaradossi e Faust, Rodolfo e i due Des Grieux, Edgardo e Andrea Chénier, Nemorino e Osaka, Enzo Grimaldo e Turiddu - che non solo sono altrettan­ti cavalli di battaglia, ma addirittura dei punti fermi nei vari capitoli da lui scritti nella storia del teatro lirico.

 

Certo è che, quando nel novembre 1918 si presenta alla Scala per esordir­vi in Mefistofele, opera prediletta di quegli anni, sotto la bacchetta di Toscanini (sarà anche l'unica volta). Gi­gli, in procinto di intraprendere la grande carriera internazionale, è già un tenore pressoché completo che sta rapidamente conquistando il favore delle folle. «Un grande cantante» scri­verà un anno più tardi il critico della Gazzetta del Popolo a proposito del­l'esordio di Gigli al Regio di Torino quale Gennaro della Lucrezia Borgia, «che piega la sua magnifica voce, e  mette il suo accento drammatico al servizio di una passione prorompente,meritandosi l'ovazione strappata al pubblico[...]».

 

A sua volta, ancora nella medesima occasione, un critico notoriamente se­vero e poco incline a indulgere sui cantanti, specie i tenori, come Andrea Della Corte, non esita a scendere nei dettagli, rilasciando a Gigli un partico­lare attestato di bravura, anche se con­dito da qualche perplessità per «man­chevolezze» che egli pur giudica «ra­rissime». Gigli, si legge infatti nella Stampa, «è un bel tenore italiano. Il suo canto dà un vero diletto; il suono della sua voce, piacevolissimo, è ugua­le in tutti i registri, pure nelle note acutissime, vibrate senza alcun sforzo; suono non chiaro, ma virile, timbrato e squillante; possibilità di impetuosi scatti drammatici e di deliziosa mezza voce. Ormai» sentenzia il nostro criti­co «egli è un raro cantante del grande repertorio melodrammatico».

 

Della Corte però è anche colui che quattordici anni più tardi, ancora per una esibizione gigliana al Regio, que­sta volta in Manon Lescaut, dopo ave­re rinnovato le lodi per la «voce bella di tenore» e «un'organizzazione tecni­ca che gli garantisce la perfetta intona­zione», lo critica apertamente per i limiti dell'espressione, «soltanto istin­tiva, talvolta ingenua come quella di un esordiente, talvolta rozza; [che] raramente deriva da una artistica squisi­tezza», per «certi portamenti quasi strascicati, un certo lento cantilenare, [che] ricordano sovente la maniera del cantore popolaresco», per le carenze «della scena, della mimica [dove] è apparso, come l'altra volta [Lucrezia Borgia, N.d.R.], negligente, e soltan­to pensoso degli effetti vocali».

 

 

Nel voluto accostamento dei due giudizi risiede naturalmente non sol­tanto tutta la sostanza vocale e artisti­ca di Beniamino Gigli, ma anche il trapasso da una celebrità statu nascenti a una solidamente costruita sui trionfi nelle due Americhe e al Covent Gar­den. L'anno cruciale è il 1924 che vede Musical America proclamare Gigli il più

grande tenore del mondo, ovvero colui che ha raccolto, almeno sul pia­no della notorietà commerciale e dei vantaggi da essa derivati, la pesante eredità di Caruso, la cui prematura scomparsa, nell'agosto del '21, ha la­sciato i fans di qua, ma soprattutto di là, dall'Atlantico irrimediabilmente orfani.

 

Ma il 1924 è anche l'anno di una eccellente Walkiria al Covent Garden, che ha il merito di introdurre sulla scena internazionale Melchior, il non meno famoso coetaneo di Gigli, che lo stesso anno esordisce a Bayreuth e due anni più tardi al Metropolitan, dove rimarrà ininterrottamente fino al '49. Quasi certamente il più grande Heldentenor di questo secolo, dotato di voce non comune per il timbro e il volume di ex-baritono che però si espandevano in acuti fulgidi e sonori, Melchior si pone come l'anti-Cosima Wagner per definizione, privilegiando costantemente nel suo canto la bellez­za del suono e la purezza dell'emissio­ne ortodossa: un complesso di qualità che tuttavia perdevano gran parte del loro fascino a contatto con il reperto­rio italiano, come si rese conto Toscanini ascoltandolo in Otello. Ovvero l'esatto opposto di Gigli, che viceversa manifesta la sua superiorità nei con­fronti del collega danese, non rifug­gendo dall'accostarsi, e con eccellenti risultati, al Wagner italiano di Lohen­grin. Melchior si prenderà la rivincita sul set del cinema mostrando una bra­vura di attore caratterista certamente sconosciuta a Gigli.

 

Ma al nostro tenore - ormai definiti­vamente Beniamino 1° e fondatore di una nuova dinastia, più che Enrico 2°, epigono, sia pure illustre, della prece­dente - la cosa, in fondo, non interes­sa, così come le riserve di ordine arti­stico non lo toccano più di tanto, poi­ché egli sa di poter contare comunque e dovunque sul favore incondizionato delle folle, affascinate dall'edonismo sonoro che sprigiona irresistibile da una voce nata soprattutto per cantare, non importa che cosa (e non importa come, magari con qualche singhiozzo di troppo).

 

Del resto, ricordava Della Corte nella recensione del '33, «in ciò sta soprattutto il suo prezioso divismo», confortato dall'atteggiamento del pub­blico torinese, «eccita[to] all'entusia­smo e al pieno riconoscimento delle sue qualità vocali». È un atteggiamento comune, del resto, ai pubblici di tutto il mondo che per altri vent'anni continueranno ad acclamarlo, grati del prezioso dono che egli imparzialmente distribuisce a destra e a manca, felice di poter cantare e di poter fare del bene cantando.

 

Del resto, sia pure con una certa enfasi non priva di retorica, è Gigli stesso a lasciare scritto nella sua auto­biografia: «Che cosa valgono tutti i trionfi, quando dentro al petto non c'è un cuore che palpiti e senta? La mia voce un giorno tacerà, si spegneranno queste sue vibrazioni, si dissolveranno questi suoi impeti di sonorità. Allora, all'infuori di un disco, cosa restereb­be, se non lasciassi al mondo il segno della mia umanità? Se voglio che la mia vita assolva degnamente i suoi doveri, è necessario che di me resti un buon ricordo».

 

Il ricordo di Gigli certamente è re­stato, come del resto dimostrano le varie iniziative sorte in occasione del suo centenario. Ma senza dubbio, spo­stato sul piano dell'umanità, il discor­so da un lato si fa più complesso e dall'altro si semplifica, proprio come accade oggi per Pavarotti, il quale non a caso altro non ha fatto che seguire, ampliandolo e perfezionandolo anco­ra, il solco tracciato da Gigli.

 

Si tende infatti a sfuggire alla di­mensione artistica, che richiede giudi­zi meditati, esauribili però nella sfera puramente estetica, per toccare invece una dimensione divistica (l'aspetto commerciale, senza dubbio, ma anche la vicenda umana) nel cui ambito tutto è permesso, anche perché Gigli ha costantemente lavorato per conquista­re una posizione di supremazia assolu­ta, unicamente avallata dal consenso popolare.

 

Ma a questo punto, oltre una venti­na d'anni or sono, interviene Guido Tartoni a suggerirci una riflessione che faccio mia: «Un'analisi critica dei limi­ti stilistici, degli eccessi sentimentali e degli sconfinamenti di repertorio per­de ogni significato a cospetto del pro­digio di longevità artistica e di soprav­vivenza fonografica di questo indi­menticabile cantante. Quando un arti­sta arriva, come già avvenne per Caru­so, così direttamente e profondamente al cuore del pubblico da conquistarlo definitivamente e irriducibilmente, al di là dei limiti stessi della vita umana, ogni riserva cade o si fa priva di sen­so».

Ha vinto dunque, e vince ancora oggi, la vox populi, che è anche vox dei, ovvero di Euterpe. Chi oserebbe allora mettersi contro la messaggera del canto?

 

 


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Tratto dal quotidiano: La Stampa del 1 dicembre 1957 - numero 286.

 

"E' morto improvvisamente Beniamino Gigli il più grande tenore degli ultimi 50 anni."

"Opera o canzone napoletana, sommoveva il cuore delle genti."

 

 Dalla tournée in America nel 1955,era rientrato malato di cuore e non potè dare il desiderato concerto d'addio in Italia - Una leggera bronchite si è tramutata due giorni fa in polmonite - il decesso ieri a mezzogiorno - Aveva 67 anni - La povera fanciullezza e l'esordio a Rovigo nel 1914 - L'ammirazione di Puccini e Giordano per le sue interpretazioni - Lunedì a Roma i funerali a spese del Comune

 

(Nostro servizio particolare)

 

Roma 30 novembre.

Oggi alle 12,20 è morto Beniamino Gigli.Il grande cantante è spirato fra le braccia della moglie Costanza Cerroni,assistito dalla figlia Rina e dal figlio Enzo, accorso da Ancona fin da ieri inseguito all'improvviso aggravarsi della crisi che aveva colpito l'infermo giovedì sera. Gigli soffriva da due anni di una grave forma di miocardite. Il male gli si era manifestato alla fine della sua ultima tournée all'estero, iniziata nel gennaio del '55 e durata cinque mesi. Insieme al maestro Fedri, suo accompagnatore (anch'egli morto la primavera scorsa), il tenore, ovunque atteso e acclamato, aveva percorso Germania, Austria, Danimarca, Inghilterra, Portogallo, imbarcandosi poi per l'America ove lo aspettava una serie di concerti quasi quotidiani negli Stati Uniti e in Canada.

«Le fatiche di quel giro artistico,diceva oggi piangendo la signora Gigli, sono state la origine del suo male inesorabile». Dall'America, il tenore scriveva infatti alla consorte e ai figli: «Non so come fare. Non ce la faccio più». Il suo cuore non reggeva allo sforzo, ma egli non volle interrompere la tournée.

L'estenuante lavoro lo aveva prostrato.Rientrò in Italia in condizioni, se non allarmanti, certo assai gravi. II prof.Frugoni e il cardiologo Condorelli, chiamati al suo capezzale, pronunciarono unanimi la diagnosi: miocardite. Il malato doveva rinunciare indefinitamente ad ogni attività. Andò così a monte la progettata tournée di addio In Italia alla quale Gigli teneva in sommo grado.Sconfortato, ma con. la segreta speranza di poter ritornare alla ribalta anche per una non lunga serie di concerti, Beniamino Gigli si sottomise alle prescrizioni mediche.

La villa del tenore in via Serchio, che è cinta dà un parco, è composta di due palazzine e una « dépendance »: in quest'ultima il tenore aveva allestito da qualche anno uno studio personale In cui passava molte ore del giorno. Spostandosi frequentemente da casa allo studiò accadeva che dimenticasse di infilarsi il soprabito. «Devi stare attento; puoi buscarti un malanno! » diceva la signora Gigli. « Ormai ha poca importanza: se mi cala la voce non succede nulla di drammatico» rispondeva sempre il tenore. Ai primi freddi, fatali ai malati dì cuore, ebbe però una crisi. Fu alla fine del dicembre '56 che; colpito da un attacco. Gigli fu obbligato a tenere 11 letto per quattro mesi. Già allora si temette seriamente per la sua vita. Riuscì tuttavia a riprendersi.

Giovedì sera, dopo lo spettacolo della televisione, stava giocando a carte con i familiari e padre Rinaldi, un intimo amico, allorché gli sopravvenne la febbre. Il suo medico curante non lasciò più il suo capezzale. Venerdì mattina fu chiamato il prof. Frugoni. Quella che sembrava una leggera bronchite, nella notte si era mutata In polmonite doppia.Malgrado le cure sollecite, la febbre rimase alta e verso le 2 della notte scorsa, preso da affanno e asma cardiaca Gigli perdette l'uso della parola. Non lo doveva riacquistare più fino al momento del trapasso.

La salma dell'Illustre cantante è stata composta in una camera al primo piano della villa. Sopra il letto, sul quale la salma è distesa, è un grande quadro di santa Cecilia, dono dello zar Nicola II,alle pareti fotografie dei figli e dei nipoti, una istantanea della recente udienza concessa al tenore da Pio XII e un ritratto di Padre Pio.

La notizia della morte dell'Illustre artista sessantasettenne, sparsasi immediatamente, ha suscitato profondo cordoglio non solo negli ambienti artistici, ma in quelli politici e diplomatici della Capitale. Il sindaco Tupini è stato uno dei primi ad esprimere alla famiglia dello scomparso le condoglianze della cittadinanza, annunciando di aver disposto che i funerali si svolgano lunedì alle 10,30 a spese del Comune.

Nel mondo della musica il dolore per la repentina morte del cantante di fama mondiale è unanime. Il maestro Tullio Serafin, uno dei maggiori direttori di musica lirica e per anni direttore dell'Opera di Roma, ha dichiarato con le lacrime agli occhi: «Vorrei dire poche parole che vengono dal cuore. Questa morte mi colpisce in modo profondo, più di qualunque altra, in quanto ho amato Gigli fin da ragazzo. L'ho amato come uomo e come artista ed ero legato a lui più che da amicizia da un affetto fortissimo. Scompare con lui una delle più rare, eccezionali figure di artista. Il cantare era per lui un bisogno della natura».

Il Presidente della Repubblica ha inviato il seguente telegramma: «Signora Gigli, Roma - La scomparsa di Beniamino Gigli segna una perdita incolmabile per l'arte lirica nella quale il suo canto ha dominato per tanti anni generosamente illustrando la gloriosa tradizione italiana. Voglia accogliere La prego anche per i familiari le mie più sentite condoglianze »

a.n.

 

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Trionfale carriera

Nome: Gigli Beniamino, Recanati.

Età: 24 anni-, allievo del M° Rosati di Roma.

Figura: Bella.

Intensità della voce: Forte di tenore, lirico spinto.

Timbro: Simpatico, caldo.

Estensione: Completa.

Interpretazione: Calda, espressiva, efficacissima.

Pezzi eseguiti: Sigurd di Reyer; «O paradiso» dall'Africana;scena ultima di Traviata.

Punto massimo: Nove (in lapis azzurro).

In fondo, a grandi lettere, la postilla:«Abbiamo finalmente trovato il Tenore!! ».

Con questa scheda Beniamino Gigli veniva classificato primo, fra i trentadue tenori, che nel 1914 parteciparono al concorso indetto presso il Conservatorio di Parma dal maestro Cleofonte Campanini e dalla mecenate americana Elisabetta Mac Cormik. Avrebbe finalmente potuto iniziare regolari studi, quali le vicende pratiche gli avevano impedito.La fanciullezza era trascorsa infatti povera e disordinata. Figliuolo del sagrista del Duomo, anche calzolaio e merciaio ambulante, il piccino aveva aiutato la mamma, i tre fratelli, le due sorelle, nelle faccende di casa, e pure guadagnato qualche soldo, spingendo un carrettino, tirando le funi delle campane, servendo un falegname, poi un sarto, poi un farmacista. Ia sua voce bianca, pareva femminea, un cantare delicato, (« sentì — dicevano a Recanatl —l'usignolo del campanile! »), una facile musicalità mostrata anche nel suonare il sassofono, l'avevano reso caro ai concittadini. Il maestro della Schola cantorum Io volle fra i putti. Ma un bizzarro caso, fuori della cantoria, lo avvicinò al teatro. I goliardi di Macerata allestivano nel 1907 la festosa rappresentazione d'un'operina, La fuga di Angelica. Poiché le ragazze provinciali, anche se esperte di canto, rifiutavano di esibirsi al pubblico, il diciassettenne Beniamino venne invitato a far la parte della protagonista. Il trucco non fu difficile.

La vittoria in quel concorso non valse al desiderato accoglimento nella famosa Schola di Roma, avendo egli passato il limite prescritto all'età. Un cuoco gli fu praticamente benevolo, e una musicista didatticamente utile, fino al 1911 quando ottenne una borsa per la classe di canto al Liceo di Santa Cecilia guidata dallo stimatissimo Antonio Cotogni, poi da Enrico Rosati, il cui insegnamento è da considerare influentissimo sul divenire vocale di lui. Già i salotti romani, quelli di Rimoli, Blumensthil, Di Rudinì, Krupenski , lo invitarono a deliziarli con romanze e canzoni. Essendo tali accademie vietate dal regolamento del Liceo, egli eludeva le norme, assumendo il nome di Beniamino Rosa.

L’esordio avvenne al teatro sociale di Rovigo il 14 ottobre 1914: Enzo nella Gioconda. Da quel Teatro, donde eranopartiti verso la celebrità Cotogni, Tamagno, lo Stracciari,mosse anche il Gigli, la cui fortuna si sarebbe più velocemente ampliata, se il sopraggiungere della guerra non avesse intralciato le attività teatrali.

Primo presentarlo nelle maggiori città fu Tullio Serafin, il quale lo volle come Des Grieux nella Manon di Massenet al Carlo Felice di Genova accanto a Rosina Storchio e Faust al Teatro del Corso a Bologna, nel Mefistofele. Per molti anni quest'opera gli restò prediletta nel repertorio, che intanto s'accresceva con Cavalleria rusticana, con Tosca, con La Traviata, con Lucia di Lammermoor... Ma l'elenco dei personaggi e quello delle città in Europa e in America, dove raccolse il plauso popolare, riuscirebbe lunghissimo. Si può notare di sfuggita che di rado, e soltanto negli, ultimi anni, s'avventurò a eseguire musiche che gli imponevano un soverchio e dannoso sforzo, e che alla rapida popolarità, al favore sempre più entusiasta dei pubblici s'accompagnava, sì, l'incontrastato riconoscimento delle qualità canore e della ricchezza degli « effetti », ma non mancavano giustificate riserve intorno alla piena dignità rappresentativa, all'intuito nella interpretazione, alla realizzazione drammatica della persona scenica, anche alla mimica. A queste esigenze la capacità del Gigli rispondeva incertamente. Perfino qualche suo apologeta fu costretto a riconoscere l'insufficienza nell'azione,nel vestiario, nel trucco, come è del resto documentato dalla iconografia,esplicitamente.

Con diletto si rilegge questa verissima «Cosa vista » di Ugo OJettl. Nel Rigoletto. «Gigli non è "il duca"dissoluto e fatuo, è il tenore, l'eterno tenore, cogli stessi gesti, la stessa faccia, gli stessi sguardi, la stessa soddisfazione fatua e beata. Quando si drappeggia nel mantello, quando lancia la nota in bocca al soprano o al baritono che fa il duetto con lui e che è tanto felice di duettare nientemeno con Gigli da restare estatico a vedergliela uscire dalla bocca così rotonda e stupenda, quando si porta la mano al cuore, quando si duole o quando sorride,Gigli è tutti i tenori, l'elisir di tenore, da due secoli almeno».

Un cantante dotato e acclamato quanto lui era ambito anche dai più fortunati operisti.

Un Giordano, felice del trionfo dello Chénier, gli scriveva e proponeva: «Vi faccio le più vive felicitazioni per il nostro trionfale successo. Non poteva essere che così! Quanto vorrei sentirvi in questa parte, che vi deve stare a meraviglia! Ma io ho avuto la fortuna di ammirarvi in una altra parte dove m'avete commosso sino alle lagrime: in quella di Loris. Perché, caro Gigli, non pensate per l'anno venturo di presentarvi al Metropolitan in questa parte?Sarebbe per voi un altro trionfo, ve lo assicuro; e per me una grande soddisfazione, di cui vi sarei grato».

Puccini gli telegrafava a San Francisco  «Desidererei avervi primo interprete di Turandot, che sarà data alla Scala in aprile. Sicuro che farete ammirabile creazione, confido nella vostra preziosa collaborazione. Telegrafatemi alla Scala sulla possibilità Saluti ».

Un argomento, invero di mera curiosità,che venne a lungo discusso, se Gigli fosse da stimare il «successore » di Caruso, provocò questa sua dichiarazione:

«Parlare del successore di Caruso è sacrilegio, è profanare la sua memoria, è violare una tomba sacra all'Italia e al mondo intero. Gli sforzi d'ogni artista debbono mirare, oggi, a raccogliere conservare la eredità artistica del Grande Scomparso, non con vanitose esibizioni, ma con tenace studio per il trionfo del puro e del bello. Egli così lottò, e noi, per la gloria dell'Arte, dobbiamo con dignità seguirne l'esempio».

E non si trattava di «successione », un fatto soprattutto commerciale, ma dì impegno nella più artistica valorizzazione di doni della natura e nella maggior coscienza e dignità professionale.

La decisione della rinuncia al teatro era stata preceduta dalla scelta della pratica concertistica, meno faticosa.Benché offerti a pubblici colti, in Germania, in Austria, in Inghilterra, ì programmi recavano non musiche da camera, ma pezzi d'opera favoriti e canzoni napoletane, fra le quali 'O sole mio gli assicurava trionfali ovazioni. Del resto, cedendo alle sollecitazioni della folla, egli volentieri aveva intonato in teatri, alla fine per esempio della Carmen, più d'una canzone alla moda. In questa specie di canti, come nelle più alte opere addicevoli alla sua voce, sempre faceva vibrare la psicologica emozione, umana, cordiale, talvolta liricizzata,e con la così detta « lacrima in gola » sommoveva i cuori e i sensi delle genti d'ogni nazione.

 

A.Della Corte